Mr. Sharpe dovrà marciare ancora…

Pochi mesi fa avevamo lasciato Richard Sharpe, ormai sergente e ricco grazie al tesoro sottratto al cadavere di Tippu. Avevamo assistito alla vera storia della presa di Seringapatam ed in questo secondo atto lo ritroviamo a distanza di qualche anno, sempre in India. Si unirà al colonnello McCandless per catturare il maggiore Dodd, traditore dell’esercito di sua Maestà e autore del massacro di Chasalgaon a cui Sharpe soppravvive per miracolo. Proprio le conversazioni tra i due offrono gli spunti più simpatici del libro…

<<E’ il caldo, Sharpe, ne sono convinto. Quanto più procedi verso sud, tanto più il peccato serpeggia nel genere femminile. E non c’è proprio di che stupirsi. All’inferno si brucia ed è all’inferno che bruciano i peccatori.>>

<<Allora secondo voi, signore, il paradiso è gelido?>>

<<Mi piace pensare che abbia un clima tonificante>> rispose il colonnello, in tono serio <<un po’ come la Scozia, suppongo>>

Ritroveremo il detestabile Hakeswill e il futuro duca di Wellington, sir Arthur Wellesley, proprio al fianco del quale Sharpe diventerà sottotenente combattendo la straordinaria battaglia di Assaye…

<<La cornamusa riprese a suonare e quella musica selvaggia parve infondere nuovo vigore nei passi degli Highlander. Camminavano verso la morte, ma in perfetto ordine e con apparente calma. Non c’era da stupirsi che si componessero canzoni sugli scozzesi, pensò Sharpe>>

Gli avvenimenti storici, come l’assedio di Ahmadnagar e la battaglia di Assaye sono realmente accaduti e riportati in queste pagine fedelmente, lo stesso dicasi di molti personaggi di questo romanzo.

Amo leggere di battaglie, fino ai dettagli più truculenti, ma quel che manca alla saga di Sharpe, secondo me, è il fatto che non esistano parallelamente vicende personali, storie di amori e amicizia, qualcosa che ci permetta di affezionarci ai personaggi, cosa di cui è maestro Cornwell. Ed è per questo che, anche il secondo volume, si è fatto leggere a fatica, sebbene ben scritto, ma noioso e soporifero.

 

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<<Fissò il 78° e capì che nessun esercito al mondo avrebbe potuto fermare simili uomini>> 

 

WP_20180617_10_31_02_Pro“Territorio Nemico”,
B. Cornwell
edito da Tea, 447 pag.
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“non è facile passare il testimone dei sogni irrealizzati”

“Nella vita, quasi sempre, c’è un momento cruciale, un punto che divide il tempo in prima e dopo: un incidente, una storia d’amore, un viaggio, o forse una morte. Per Spencer, le quattro cose, come i punti cardinali di una bussola, si combinarono dando forma a Lillian Dawes. E siccome è impossibile assistere a un dramma senza conservarne i segni, questa donna fu anche per me la grande svolta.”

Questa è la storia di Gabriel, Spencer e Lillian. Ed è proprio la voce del diciassettenne Gabriel, appena espulso dal collegio maschile di Renwick, a narrarci la delicata storia di un’afosa estate newyorkes degli anni cinquanta.

Gabriel si trasferisce nell’appartamento di Spencer, suo fratello maggiore: orfani di entrambi i genitori, appartengono ad una famiglia ricca ed aristocratica. Spencer è uno scrittore. Bello, apprezzato ed ammirato, brillante. Conquista tutti, me inclusa.

“Sono pigro e dissoluto di natura, e ho gusti dispendiosi per educazione”

Le loro vite s’imbattono in quella di una giovane donna stravagante, Lillian Dawes

“Le finanze di Lillian erano ambigue, ma sembrava fare in modo di guadagnare giusto il necessario per soddisfare certe stravaganze; traeva un piacere edonistico e sfrenato nel concedersi certi lussi scelti con attenzione osservando, in altri campi, un regime di frugalità quasi penitenziale.”

Entrambi i fratelli ne restano inevitabilmente ammaliati, anche se Gabriel dovrà accontentarsi di venerarla da lontano.

“Feci una smorfia a Spencer per comunicargli un muto “vedi?” e presi posto a tavola. Lillian ci raggiunse un attimo dopo con un prendisole senza maniche e constatai con piacere il rossetto rosso acceso che le avevo comprato. Nel vedere la sua mano sfiorare quella di Spencer mentre prendeva il tovagliolo, capii che tra loro esisteva una complicità, per quanto timida e discreta, dalla quale io ero escluso.”

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Attorno a loro gravitano una serie di personaggi irresistibili, come zia Grace e sua figlia Hadley, gli amici di Spencer Clayton Prather e Beckwith, ma soprattutto zia Lavinia…

“Dopo qualche serata, mi fu chiaro che i valori mondani che apprezzava di più erano, nell’ordine, pensiero originale, umorismo agile, bellezza eccezionale; tutti gli altri erano solo zavorre sociali.”

E sarà proprio Gabriel con la sua adolescenziale ossessione per Lillian a coglierne particolari e segreti, insospettabili agli occhi di Spencer. “La prosa elegante e poetica di Katherine Mosby è scorrevole come velluto” ha scritto il Publishers Weekly ed io sono assolutamente d’accordo; non solo: la voce di Gabriel è talmente autentica dal rendere incredibilmente vividi pensieri, immagini e situazioni, trasformando il lettore in spettatore. Il libro, tuttavia, entra nel vivo solo ad una cinquantina di pagine dal finale (che, tra l’altro, non rende merito al resto della trama), ma da sole valgono l’intero romanzo.

“zia Lavinia, andiamo al Plaza a prendere i tramezzini mignon e i pasticcini che ti piacciono tanto”, proposi. “Offro io. Ho voglia di fare follie. Pensavo a una dozzina di bignè a testa, che ne dici?”

Zia Lavinia mi diede un colpetto sul braccio e rise. “Sei proprio un bambino, mio caro, ma dopotutto, lo sono anch’io. Ti seguo. Per principio ho sempre incoraggiato i vizi innocenti e i piccoli piaceri immeritati.”

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“Alle cinque al Plaza”,
K. Mosby
edito da Frassinelli, 276 pag., prezzo di copertina €17,90
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Incontro con Sharpe

Questo è il primo capitolo della saga “Le avventure di Richard Sharpe”: ci troviamo davanti un giovane soldato dell’esercito di sua maestà Re Giorgio III, ex ladro/scassinatore, arruolatosi per sfuggire alla forca e con la determinata intenzione di disertare. Non esattamente un esempio di virtù, ma spregiudicato e coraggioso.

“..il vostro soldato Sharpe…” disse

“Il sergente Sharpe, adesso, signore.”

“Il vostro sergente Sharpe, allora. E’ un brav’uomo, tenente”

“Sì signore” -replicò Lawford- “lo è”

“Se sopravvive, farà carriera”

“Se sopravvive, signore, sì”.

L’esercito inglese è in India e prepara la presa di Seringapatam. I soldati non si sentono uniti sotto la stessa bandiera, come sempre accade quando si parla del rapporto di eterno conflitto tra Inglesi (“the enemy”, come mi dissero una volta a Edimburgo), Scozzesi e Irlandesi in particolare.

“Qual è la cosa più bella che uno scozzese abbia mai visto? Rispondete!”

-nessuno si azzardò a farlo- 

“la strada che porta in Inghilterra, ecco qual è.”

Sharpe viene scelto assieme al tenente Lawford per intrufolarsi in città e tentare di liberare il colonnello McCandless.

“…nell’attesa McCandless pregava, Hakeswill si faceva beffe di loro, Lawford si preoccupava e Sharpe imparava l’alfabeto…”

Una città fortificata, il rajah detronizzato e ridotto in povertà, il potere usurpato da un sultano di fede musulmana che prepara una grande trappola per l’esercito inglese, e la possibilità di riscatto per Richard Sharpe. La vera storia della presa di Seringapatam e la fantasia di uno scrittore d’eccezione che s’intrecciano, in puro stile Cornwell.

“Sono un grande peccatore” -aveva scritto nella sua bella grafia araba- “e tu, Allah, sei un oceano di misericordia. Rispetto alla tua pietà, che cosa sono i miei peccati?”

Questo è il primo volume della fortunata saga di Sharpe, scritta da Bernard Cornwell, che conta oltre 20 episodi, di cui appena la metà è stata tradotta in italiano. E’ stata prodotta anche una serie tv, mai trasmessa in Italia mi pare, con il fascinoso Sean Bean come protagonista (per intenderci, il mai dimenticato Boromir de “Il Signore degli Anelli”).

Cornwell è uno degli scrittori che, ad oggi, elenco ancora tra i miei preferitissimi…sebbene le mie ultime letture non siano state un granché, inclusa quest’ultima. Dalla sua penna sono stati generati capolavori assoluti come la pentalogia di Excalibur e la trilogia della ricerca del Graal, ma anche super flop come la saga dei Re Sassoni (di cui ho letto 4 volumi), semi-flop come “L’eroe di Poitiers” e, appunto “La sfida della tigre”. La bella notizia è che, finalmente, questo libro francamente noioso, è finito. La cattiva è che ho altri 8 volumi de Le avventure di Richard Sharpe da leggere.

Cristo!” bestemmiò.

“Sharpe!” lo rimproverò McCandless.

“Stavo pregando, signore. Perché questo è un brutt’affare, signore, proprio un brutt’affare.”

L.

WP_20180217_19_13_55_Pro“La sfida della tigre”,
B. Cornwell

edito da Tea, 450 pag., prezzo di copertina €8,60
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“lasciami rimanere.”

Esther Hammerhans ha deciso di affittare una stanza di casa sua. E’ una donna sola e il vuoto lasciato da suo marito Michael grava sulla sua esistenza come un macigno.

<<Michael vorrebbe che tu trovassi qualcuno e lo baciassi. Se fosse qui ti ordinerebbe di farlo immediatamente.>> Se fosse qui, pensò Esther mentre appallottolava il bacio di Beth e lo gettava nel cestino, se lui fosse qui, accidenti, non ne avrei bisogno>>

Ben presto si presenta alla sua porta Mr Chartwell, intenzionato a vivere lì, stravolgendone l’esistenza.

<<La varietà>> sentenziò, deliziato da quello che stava per dire <<è il dado della vita. A volte si vince, a volte si perde.>> si girò leggermente verso di lei <<A volte si vince, a volte si perde. Però, Esther, non puoi non giocare.>>

Vedete, a Mr Chartwell quella sistemazione torna davvero utile. Gli serve un posto piuttosto vicino alla sua attuale occupazione, per andare e venire comodamente. Mr Chartwell è impiegato al servizio di Sir Winston Churchill.

<<Sto per andare in pensione, il mio lavoro è finito. Non ho impegni futuri a cui guardare, qualcosa su cui ho sempre fatto affidamento per tirare avanti, la speranza che farò meglio, che riparerò agli errori, che alla fine ti sconfiggerò. Non più. Questa volta non ho più tempo. Che crudeltà da infliggere a un uomo.>>

L’inquilino di Esther è davvero un tipo bizzarro. Oscura la stanza mettendo la sua ingombrante figura davanti alla finestra; dorme nel corridoio, con l’imponente mole addossata alla sua porta; Mr Chartwell mette le pesanti zampe sulle sue spalle, il suo testone in grembo; mastica pietre in un angolo della stanza. Mr Chartwell è solitudine, angoscia, depressione.

<<Esther teneva lo sguardo fisso, cieca a tutto. Era sdraiata sulla sua metà di materasso. Con una mano esplorò l’altra, che si rivelò un dizionario della perdita.>>

Mr Chartwell è il famoso cane nero di Churchill, contro cui ha lottato per gran parte della sua vita. Vorace e fedelissimo, l’ultimo amico di molti. E’ l’estate del 1964, Churchill sta per congedarsi da Primo Ministro ed intanto Esther si strugge di nostalgia.

Visionario e penetrante, “Il cane nero” è un viaggio nel lato oscuro della mente e del cuore, è la paura che prende forma e si fa strada in casa e nella vita: “a volte si vince, a volte si perde”…ed Esther e Churchill ce la faranno?

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Davvero bello, non pensiate sia una lettura triste o pesante! Un tema delicato in una visione del tutto innovativa, che non manca di un pizzico di humor!

<<Ci sono giorni, come questo, che trovo invitanti quanto una prima colazione a base di funghi velenosi.>>

L.

WP_20171029_07_21_13_Pro“Il cane nero”,
R. Hunt
edito da Tea, 250 pag., prezzo di copertina €11,00

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Memphis-Manhattan e ritorno

 

La vita di Phillip Carver è ormai lontana da Memphis, la città della sua adolescenza; a Manhattan conduce un’esistenza tranquilla con il suo lavoro in una casa editrice e la convivenza con Holly che procede tra alti e bassi.
Sua madre è venuta a mancare da non molto, portandosi via il suo mal di vivere…

<<Non essere così difficile, figlio mio  -disse-  Qualche volta la seconda alternativa è meglio di quanto sarebbe stata la prima.>>

A Memphis ci sono le sue imbarazzanti sorelle maggiori, Betsy e Jo…

<<La cosa brutta era che con figure ormai per nulla giovanili si addobbavano secondo la moda più estrema, che solo le silfidi più abbaglianti avrebbero dovuto osare, in qualsiasi anno. Se, per esempio, per i vestiti da sera andavano le scollature profonde sulla schiena, avevano la schiena nuda fino alla divisione delle loro natiche robuste. O se erano di moda gli scolli profondi, allora i loro sprofondavano tra i seni colossali in pratica fino all’ombelico. Se andavano le gonne con lo spacco, allora le mie sorelle facevano mostra di sé ben sopra il ginocchio, esponendo cosce carnose che a quel punto della loro esistenza avevano raggiunto dimensioni davvero notevoli>>

…. e suo padre, l’ottuagenario, stimato avvocato George Carver che d’improvviso sostituisce le partite a canasta con un gruppo di anziane vedove, con  serate danzanti in vari locali notturni. Come se ciò non bastasse, decide di risposarsi con una donna molto più giovane: Phillip viene richiamato alla base dalle sorelle, per impedire il matrimonio…

<<Ma i nomi stessi di quei posti di fatto possono dire di più di qualsiasi mia descrizione. Mio padre, che agli occhi di tutti aveva sempre rappresentato l’incarnazione del decoro domestico, veniva visto al Luna Blu, al Pappagallo Giallo, al Lanterna Rossa. Comparve una sera d’autunno al Luna Blu insieme a una di quelle donne più giovani di cui ho detto (senza nome in tutti i racconti, e senza età)

Dall’istante in cui alza il ricevitore, Phillip non ha pace: ripiombato in un vortice di ricordi, sarà costretto a tornare, suo malgrado, a Memphis.

<<Dopo ogni partenza del genere da Memphis era di meraviglioso conforto e rassicurazione vedere Holly Kaplan, tornando da La Guardia all’Ottantaduesima Strada. I suoi ragionevoli capelli alla maschietta, castani con qualche primo filo bianco, soprattutto nella frangetta dritta sulla fronte, e le scarpe basse e la camicetta bianca a maniche corte sulla gonna scura e il semplice orologio come unico ornamento, mi dicevano di Memphis proprio quello che mi era sembrato dirmi Manhattan il primo giorno che ci ero arrivato: la vita non deve per forza essere come quella di Memphis>>

Premio Pulitzer nel 1987, malinconico e comicamente amaro , è stato un buon compagno di viaggio, specie durante la lunga notte trascorsa in aeroporto o le 2h e 30 di intercity Cracovia-Varsavia….

L.

<<All’epoca naturalmente accettavo la dottrina di Holly secondo la quale non solo i genitori devono essere perdonati per tutte le ingiustizie e le crudeltà inconsce del ruolo parentale, ma anche per l’egoismo che era di fatto loro richiesto per rimanere esseri umani e non ridursi a custodi dei giovani. Questa era una cosa di cui ricordarsi, non da dimenticare. Era una cosa da accettare e perfino da accogliere con favore, non da dimenticare o perdonare>>

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“Ritorno a Memphis”,
P. Taylor
edito da Giano, 239 pag., prezzo di copertina €16,00

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Andrea e Giustiniana

Lui è Andrea Memmo, patrizio veneziano, di antica e nobile casata; non in una florida situazione economica ma destinato a diventare un importante uomo politico.

<<Non c’è rimedio, siam fatti l’un per l’altro, e lo vedranno in avvenire ma, credi, questo non è il tempo>>

Lei è Giustiniana Wynne, figlia del console inglese a Venezia, bella e desiderabile ma irrimediabilmente segnata dal passato affatto limpido della madre.

<<Io non so ben capir questo amore, perché se tu, anima mia, fai a me la più piccola di queste carezze mi metti tutta in fuoco>>

Siamo nella Venezia della seconda metà del 1700, gli ultimi anni di splendore della Serenissima, prima che la sua fine giungesse per mano di Napoleone durante la Campagna d’Italia.

E’ piuttosto chiaro che il loro è un amore impossibile, ma i due giovani non sono vittime del loro tempo e delle avverse circostanze: porteranno ostinatamente avanti la loro passione clandestinamente, ricorrendo a espedienti e sotterfugi. E se per caso pensaste che si lasci troppo spazio alla fantasia, beh…è una storia vera e possiamo esserne testimoni e venire a conoscenza di fatti e personaggi dalla viva voce dei due amanti, in quanto il libro si basa sulle lettere rinvenute dal padre dell’autore nella soffitta di Palazzo Memmo.

Come spesso accade, la realtà è molto più avventurosa e imprevedibile della più fervida immaginazione…

<<Jane Austen in persona non avrebbe saputo fondere meglio passione, inganno e intrigo in un suo romanzo.>>

People

WP_20170709_14_02_42_Pro“Un Amore Veneziano”      A. di Robilant,                 edito da Corbaccio,          304 pag., prezzo di copertina €18,60
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“perché l’amore non ha rimedio”

“Gli restano trenta minuti prima di incontrare Nora. Lui, però, ne è assolutamente all’oscuro. Eppure è pronto. Ha bisogno di avere una storia. Tutti gli uomini, prima o poi, hanno bisogno di avere una storia loro, per convincersi che gli è capitato qualcosa di bello e indimenticabile almeno una volta nella vita.”

Un triangolo amoroso. A Parigi c’è Louis Blériot, traduttore freelance, squattrinato quarantenne. Un eterno ragazzo nell’aspetto, ma in realtà un uomo  inconcludente e vigliacco, in attesa che la moglie (ovviamente molto più in gamba di lui) lo lasci….

“Per non avere rimorsi lui suonerà di nuovo. Ti ho detto che è finita, griderà l’apparecchio, adesso lasciami in pace. E lui se ne andrà. Uscirà dalla sua vita come si esce da una stanza, scusandosi per aver sbagliato porta.”

A Londra c’è Murphy Blomdale, operatore finanziario di nazionalità americana. Emarginato sul posto di lavoro, fatta eccezione per 3 o 4 colleghi con cui forma una triste cerchia. Esteriormente una specie di gigante, ma dentro, irrimediabilmente, un debole…

“Ma allora, perché non aveva fatto marcia indietro? Che cosa non aveva funzionato nel suo sistema di sicurezza? Perché non era suonata una sirena d’allarme per avvertirlo che avrebbe sofferto così tanto?”

E poi c’è Nora, senza arte né parte, a fare la spola tra la Francia e l’Inghilterra, a sparire e ricomparire come niente fosse, a tenere avvinti questi due uomini che si trascinano nelle loro esistenze nell’attesa del suo ritorno…

“In realtà, senza volerlo, prende ogni volta le fattezze di colui o colei che l’altro attende da anni. Diviene come una proiezione del suo desiderio. Alla fine, tutti lo inseguono, e lui diventa una mera figura che fugge, terribilmente infelice. Murphy deve ammettere che potrebbe essere una valida descrizione di Nora.”

Un libro scritto incredibilmente bene, probabilmente molto più bello nella forma che nella sostanza. Non pensiate sia un libro sull’amore, perché io di amore non ne ho trovato traccia, né di grandi passioni. Forse più un libro su tre anime sole alla ricerca di qualcuno cui aggrapparsi ma che, sfortunatamente, sono tutte troppo deboli per sorreggere persino se stessi.

“In quei momenti, quando sono soli, seduti uno di fronte all’altra, e lei posa i suoi grandi occhi scuri su di lui, l’equazione del loro rapporto gli sembra semplice, quasi naturale: lui la ama, e lei lo inganna. E’ così. Si abituerà, come tutti gli altri.

E’ ovviamente sottinteso che la sua perseveranza l’avrà vinta, e che quanto più lei s’inoltrerà nel tradimento, tanto più il suo amore riuscirà a riprenderla.

Se l’accordo fosse questo, lo firmerebbe a occhi chiusi.

Ma bisogna dire a sua discolpa che è già sotto l’effetto dell’alcol.”

 WP_20170528_16_18_46_Pro“La vita è breve e il desiderio infinito”  P. Lapeyre, edito da Guanda, 285 pag., prezzo di copertina €12,00

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duci come il miele

<<Un uomo, quello voleva, dolce come il miele, puro come la manna, forte come il ferro, caldo come il fuoco.>>

Questa è la storia di quando manna e miele incontrarono ferro e fuoco. E’ la storia di don Francesco barone di Ventimiglia e della sua sposa bambina, Romilda.

<<Il fatto era che la vita cresceva dentro sua moglie, e aveva trasformato quella picciridda in una dea intoccabile. Di fronte a tanta potenza lui si sentiva fragile, indifeso. Perciò ce l’aveva tanto con lei.>>

Un uomo avanti con l’età, nobile per caso, potente e solitario. Una ragazzina duci come il miele, bella e un po’ magica (a me ha subito portato alla mente Remedios la bella di “Cent’anni di solitudine”, la ricordate? E di conseguenza anche la sua versione successiva, riveduta e corretta, de “La casa degli spiriti”, Rosa la bella).

<<“Congratulazioni, signor barone! Avete sbaragliato i concorrenti, anzi il concorrente. Un poco moscio questo Parlato, manco due rilanci ha voluto fare….ma buon per voi. Ora siete il proprietario del convento nella forma, ché nella sostanza lo siete stato subito. Cent’anni di salute a voi che ve lo dovete proprio godere…” L’augurio aveva più il sapore di un anatema e don Francesco fu lesto a fare gli scongiuri frugando con le mani dentro i pantaloni.>>

E poi la  sua famiglia, Alfonso e Maricchia, e i fratelli Tanuzzo, Nino e Mariuzzo, e l’antica arte di “fare manna” (per tutti coloro che si fossero sempre interrogati su cosa fosse questa cosa misteriosa appresa al catechismo…).

<<Il 1870 fu quindi un anno di grandi cambiamenti, per la famiglia Gelardi e per l’Italia tutta: Romilda e Roma erano state prese>>

Ma è anche la storia della Sicilia ai tempi del Risorgimento, dell’unità d’Italia, di Garibaldi e Cavour, i Savoia e i Borbone, di un paese in fermento.

Le aspettative erano alte: la mia attuale passione per la Sicilia, uno dei miei periodi storici preferiti uniti ad un’autrice d’eccezione. Tuttavia le mie precedenti letture della sempre stimata Torregrossa (“Il conto delle minne” e “L’assaggiatrice“) sono state più appassionanti, sebbene questo rimanga comunque un buon libro, scorrevole e ben scritto, non potrebbe essere altrimenti del resto! Ha avuto più il sapore di una grande premessa senza che la trama esplodesse, raggiungesse il suo fulcro. Anche se don Francesco in particolare riserva dei momenti di puro spasso!

<<Ogni donna sperimenta sulla propria pelle il patimento che può temporaneamente offuscare l’armonia delle sue fattezze, minare le sue certezze, farle dimenticare i suoi talenti. Ma il più delle volte la deprivazione può essere motore di una ricerca che la porta a scoprire il suo vero dono, e a dar vita ai suoi frutti migliori in piena libertà. Ma voi, signori, state attenti a non far patire troppo la vostra compagna: perché poi fruttificherà, e tra i suoi frutti più dolci potrebbe scoprire quello proibito della libertà.>>

L.

Una frivolezza: ma quanto è bella questa copertina?!

wp_20161115_22_09_53_pro“Manna e Miele, Ferro e Fuoco”,
G. Torregrossa, edito da Mondadori,
382 pag., prezzo di copertina €19,00
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Lo psicologo e la ballerina

<<Ho imparato che un’amicizia profonda, gratificante, è un’iniziativa che mal si presta a essere intrapresa tardivamente, come la danza o l’informatica>>

Protagonisti di questo romanzo sono “lo psicologo”, un uomo solitario di mezz’età e “la paziente delle quattro”, una conturbante e problematica spogliarellista. Con questi presupposti ritenevo potesse trattarsi di una di quelle storie in cui il confine tra un sano rapporto professionale e un coinvolgimento personale si fa via via più sottile e incerto e labile.

<<Sono passati tanti anni, dice lei, ci conosciamo ancora? E poi, si può davvero conoscere una persona?>>

In realtà il libro si divide tra le lezioni universitarie dello psicologo, la sua complicata relazione con Nina e la terapia della “paziente delle quattro”, che di tutti e tre è paradossalmente l’aspetto più marginale.

<<E come Freud notò fin dall’inizio, in questa vita dobbiamo vedercela con un numero sufficiente di sofferenze reali, non c’è nessun bisogno di inventarne altre>>

E se le lezioni risultano interessanti e quasi terapeutiche anche per il lettore (con alcuni brani da sottolineare…ammesso che concepissi il sottolineare i libri), se la relazione con Nina non è nulla di particolarmente intrigante, è proprio “la paziente delle quattro” a non riservare nessuna sorpresa: infanzia difficile, solita storia trita e ritrita di abusi, solita figlia di cui ottenere l’affidamento….insomma: niente d’imperdibile, ma comunque ben scritto e scorrevole.

<<Lui si sporge a guardarle il tatuaggio. Lo indica e legge la scritta che lo sovrasta: NIENTE PAURA.

Niente paura dice sottovoce.

E’ un regalo del mio ragazzo, spiega lei.

Ha intenzioni serie?

Lei scuote il capo: mi ha piantata.

E il tatuaggio? chiede lui indicando la spalla.

Cosa c’entra? Fa lei.

Non le ricorda quel bastardo?

Lei tace per un attimo, poi scuote di nuovo la testa: mi ricorda di me innamorata.>>

wp_20160829_13_48_14_pro“La paziente delle quattro”,
N. Shpancer, edito da Ponte alle Grazie, 243 pag., prezzo di copertina €16,80
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un giardino non troppo segreto

<<Ma perché mai devo riportare proprio tre ciocche dei capelli della Regina delle Fate?>> domandò il giovane principe alla vecchina. <<Perché non due, o quattro?>>

La vecchina si sporse verso di lui, e senza mai smettere di filare rispose: <<Non ci sono altri numeri possibili, ragazzo mio, perché tre è il numero del tempo: non parliamo forse di passato, presente e futuro? Tre è anche il numero della famiglia: non parliamo forse di madre, padre e figlio? Tre infine è il numero delle fate: non le cerchiamo forse fra querce, frassini e biancospini?>>

Il giovane principe annuì, perché la saggia vecchina aveva detto la verità. <<E così devo avere tre ciocche per tessere la mia magica treccia>>

                                                  <<La treccia delle fate>> di Eliza Makepeace

WP_20151217_22_11_06_ProUna bambina senza passato, un libro di fiabe -che fanno sempre paura- e poi un giardino segreto (chi non ha desiderato scovarne uno da ragazzina, dopo aver letto il libro della Burnett?). Ma “Il giardino dei segreti” non si è rivelato quel romanzo a tinte un po’ fosche che mi aspettavo. Eppure gli ingredienti c’erano tutti! Pensate ad un cottage solitario arroccato su un scogliera in Cornovaglia e tutt’attorno un giardino segreto murato, il cui unico accesso era tramite un cupo labirinto. Ed in questo cottage l’Autrice scrive le sue fiabe….

In realtà qualche mistero c’è, ed un paio di piccoli colpi di scena, ripercorrendo la storia di Nell attraverso oltre un secolo. La trama infatti si snoda a fatica, mediante continui salti temporali (di quelli che un po’ ti fanno perdere il filo…) : i primi del novecento per conoscere le vicende di Georgiana prima, Eliza, Rose e la piccola Ivory dopo; la metà degli anni 70 con le indagini di una Nell adulta; il 2005 e Cassandra a far luce sul mistero.

Non è stata, in fondo, una cattiva lettura: è scorrevole, scritto piuttosto bene, a tratti anche avvincente… ma no, non è un libro che consiglierei o regalerei, perlomeno ad un lettore adulto.

L.

Kate Morton “Il giardino dei segreti”, edito da Sperling & Kupfer, 594 pag., prezzo di copertina €14,50

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…spero che sotto l’albero troviate un libro migliore di questo! AUGURI! ❤

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